Mi riempio ogni volta del più alto malessere, quando il destino per una qualsiasi ragione mi sbatte nella mischia dei turisti dei luoghi della riviera toscano-ligure. Traffico strisciante, calura, gas di scappamento, persone in zoccoli di gomma econ papere di plastica gonfiabili come il contenuto dei bikini, pance rosso-aragosta con pieghe bianche e scooter chiassosi, appartenenti a ragazzi senza casco che fumano, e fra questi poliziotti il cui compito sembra essere lo stesso degli esili, piccoli oleandri cementati al marciapiede: completamento rassegnato del quadro quotidiano della strada. Niente di meglio che uscir fuori da questo stagno di senza senso, di antiestetici passatempi, senza destra e sinistra da guardare e salita la strada della Val Nervia, andar verso la pace rurale. Dieci chilometri sopra il caos di Bordighera e
Ventimiglia ci si trova improvvisamente di fronte il ponte medievale di Dolceacqua che, da 550 anni sopra il fiume, porta al castello dei Doria e che ha ispirato Claude Monet nel 1884 per il suo quadro “ Il castello di Dolceacqua”. In questo luogo un tempo succedeva molto di più che ai nostri giorni. Oggi si smarrisce a malapena un turista di massa , lontano due strisce di strada dalla spiaggia,la cittadinada 2000 anime era lontana solo pochi minuti dal rumore e dalla fretta, una volta sede del malfamato Andrea Doria. L’ammiraglio imperiale e comandante d’esercito combatté i turchi nel 16 sec., liberò Marsiglia dall’assedio, uccise per bramosia di potere i propri parenti, restaurò la Repubblica di Genova, e combatté innumerevoli guerre pro o contro il Vaticano, l’imperatore, i francesi, per poi morire oltre i 90 anni di età di morte naturale. Ma i liguri sono un popolo particolare. Non solo a causa dei saraceni, che hanno lasciato da queste parti un patrimonio ereditario importante, ma anche perché i liguri indigeni erano qui insediati da oltre 25.000 anni ed i primi Homo Sapiens sapiens di Cro Magnon vivevano vicino a Dolceacqua. I liguri - si presume – costituirono la prima tribù italiana.
A parte il Castello dei Doria ed il ponte di Dolceacqua anche l’Enoteca Re è degna di nota. Le donne, che portano avanti questo negozio di vini, hanno la sensibilità di dedicare la loro attenzione anche ai vini locali: hanno inserito nella loro offerta ben 15 diverse etichette di Rossese. Per i Viticoltori della zona è importante che enoteche e ristoranti operanti nella vallata adottino i loro vini, perché i viticoltori hanno le loro sedi nelle vallate ubicate spesso in zone isolate e difficilmente raggiungibili, in
quanto le strade che portano alle cantine sono strette ed inoltre senza esatte indicazioni rendendo al turista un difficile rintraccio. Mentre è ovvio per le due o tre enoteche nella zona di produzione rappresentare la produzione locale, non altrettanto accade per i ristoranti turistici della costa, che non si sentono legati ai loro viticoltori.
Fulvio e Giulio Gajaudo, produttori ad Isolabona: “Noi dipendiamo in larga scala dalla comunicazione, perché dobbiamo affrontare costi di produzione più elevati che produttori in altre regioni di coltivazione. È un peccato che i ristoranti liguri preferiscano sulle loro carte, vini conosciuti di altre regioni. Solo pochi hanno la sensibilità di proporre vini locali. Invece sarebbe una potente macchina di comunicazione per i vini locali, se i ristoranti liguri fossero sensibili a promuovere ai clienti il vino locale. È vero, che la Liguria è conosciuta, ma solo la parte costiera per il turismo. L’entroterra è un continente sconosciuto.”
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Perché fanno questo?
Nell’editoriale dell’ultimo Merum c’era scritto: “Nelle regioni montane e zone in pendio, ma anche in qualche area collinareil dispendio per la tutela del paesaggio naturale supera a volte di molto i costi di produzione. Sebbene spesso un’altissima qualità di prodotti agricoli – in primo luogo nel caso del il vino – si raggiunge, dove le condizioni di coltivazionesono difficili e costose, il prezzo di vendita tiene solo in casi eccezionali conto del sovraccosto nella produzione e della qualità più alta. Senza avere la scelta, il contadino deve assumersi oltre ai costi di produzione anche i costi per la salvaguardia del paesaggio. Solo in casi eccezionali il mercato accetta, che i sovraccosti aumentino il prezzo di vendita. Ma sono l’immagine ed il buon sapore a decidere il prezzo. l fatto che un vino derivi da una regione di valore o da una coltivazione biocompatibile è un argomento valido solo per pochi. Per quale ragione allora un tal Alessandro Anfosso chiude il suo ristorante a Ventimiglia e passa oggi la maggior parte del suo tempo lavorativo al fine di ricostruire i muri di pietra delle sue vigne a terrazza? Anfosso:”le grandi piogge del 2006 mi hanno buttato giù 1600 metri di muro, circa 800 metricubi di materiale. Il terreno abbandonato sopra la sua vigna Poggio Pini non ha incanalato le quantità d’acqua nel canale principale ma direttamente sul suo vigneto e ha provocato una catastrofica valanga di fango. Alessandro e suo padre ricostruiscono i muri crollati dopo ogni temporale a proprie spese e di mano propria. Fino ad oggi non hanno ricevuto alcun indennizzo dallo stato. Tuttavia il più grande problema di Alessandro e di suo padre non è tanto la mancanza d’aiuto della mano pubblica, quanto piuttosto il fatto che dopo le frane non trovino più le pietre per la ricostruzione. Queste giacciono seppellite in profondità sotto terra e sono ormai perdute. Ciò significa che le pietre dovranno essere comprate o estratte dalla piccola cava a lato delle vigne.
Cosa trattiene Götz Dringenberg dal tornare alla sua originaria professione di omeopata e a voltare le spalle alla giovane vite, che nell’incandescente calura estiva deve zappare ed irrigare? Lui tedesco, sposato con Giovanna Maccario, figlia di un viticoltore, non si lamenta del lavoro né delle difficoltà nella vendita dei vini, ma piuttosto dei cinghiali, che distruggono ogni volta il suo lavoro. Götz Dringenberg: “dopo il lavoro lasci la tua vigna e tutto è meravigliosamente perfetto. La mattina dopo torni lì e vedi a terra chili d’uva divorata oppure ancora una volta che un muro intero é rotto, perché i cinghiali hanno scosso la sottile terrazza. Lotti contro l’oidio - quello vero e quello falso - hai un mucchio di lavoro, corri su e giù, e poi questo e poi quello. Io sono contro la caccia, io appartengo alla categoria di persone che rimette le formiche a terra, ma per i cinghiali mi comprerei un fucile. E poi viene concessa la libertà di cacciare questi animali quando noi abbiamo finito la vendemmia. Lo scrittore ligure Giovanni Boine racconta nel 1911 che solo nella Liguria occidentale (tra Genova e Ventimiglia) 220000 chilometri di muro a secco contenevano la terra per la coltivazione degli ulivi. È difficile valutare quante di queste costruzioni si siano conservate ancora oggi. Sicuro è che solo una vivida agricoltura è in grado di conservare questo tesoro culturale e soprattutto là dove si deteriora, dove la terra per più tempo non è stata coltivata. Come si spiega che il sempre di smagliante buon umore Maurizio Anfosso, cugino di Alesando, abbia appeso al chiodo il suo precedente lavoro per potersi occupare dei suoi pendii di tre ettari?Non è abbastanza: a causa della mancanza di possibilità di vendita, vende la maggior parte della sua uva ai colleghi ed il denaro non basta a sopravvivere, cosicché durante la settimana lavora come bracciante per un'altra tenuta. Filippo Rondelli(Terre Bianche) appartiene ai più fortunati e con otto ettari di vigna tra i più grossi viticoltori di Dolceacqua. La sua azienda si regge su 50000 bottiglie di vino, ma non da ultimo si tiene a galla grazie all’ agriturismo collegato con camere in affitto e ristorante. Rondelli: “ Questa regione può essere mantenuta solo grazie ad una sana simbiosi fra turismo ed agricoltura. Fino a dieci anni fa c’era turis, mo esclusivamente sulla costa, pian piano i turisti cominciano ad interessarsi anche all’entroterra.”
Dove è autorizzata la costruzione, dice Rondelli, un metro quadro costa tra i 15 ed i 20 euro, per l’agricoltura si deve pagare tra i 12 ed i 15 euro. Appena adesso Filippo Rondelli ha potuto acquistare un ettaro di uliveto-chiaramente in pendio, perché qui in alto non esiste altro- . Per questo ha dovuto pagare 120000euro!Dietro il suo agriturismo ci sono 4000 metri quadrati di vigneto in vendita, prezzo: 100000 euro. Rondelli: “La mia fortuna è stata che la mia famiglia possedesse già un po’ di terra. Quando qualcuno volesse cominciare dall’inizio sarebbe quasi impossibile, a causa del turismo i prezzi della terra sono diventati inaccessibilmente alti. Gli stranieri comprano terra dappertutto per costruirsi casette. Una magra consolazione è che non coltivano la terra da soli ma la lasciano in affitto ai nativi di qui.”
Circondato dai vigneti di Giovanna e Götz Maccario-Dringenberg giace un lotto di 2000 metri quadrati, completamente inselvatichito con muri crollati. Götz lo comprerebbe volentieri, ricostruirebbe il muro a secco e pianterebbe viti, ma per quella piccola macchia di terra il suo vicino vuole avere da lui 30000 euro: troppo denaro per loro due, che si devono accontentare di quello che hanno e restare inerti di fronte al disfacimento dei terreni dei vicini. Io ammiro queste persone! Investono ciò che si è guadagnato con altri mestieri o che si è ereditato nel loro paio di ettari e nelle loro cantine, comprano- sempre quando si offrono loro le possibilità finanziarie- lotti di vigneto confinanti al prezzo di terreno edificabile e sgobbano come matti. Lavorano la terra, che spesso giaceva frantumata da quando da un decennio il bisnonno aveva messo per l’ultima volta da parte la sua zappa. Perché lo fanno? Non perché a loro manchino possibilità più remunerative: io non ho conosciuto nessun viticoltore il di cui destino lavorativo non fosse stato completamente diverso. Quando combattono contro le forze della natura, i cinghiali, i burocrati insensibili, le difficoltà di vendita, questo non può che esistere dall’amore per questa terra e per la regione.
Non ho potuto scoprire altre ragioni, perché qui non diventerebbe ricco nessuno, nel caso che il prezzo troppo basso delle bottiglie misurato nella spesa si dovesse raddoppiarsi.
Serre incolte ed esodo dalla campagna
Fino a 100 anni fa’ gli oliveti e le viti si arrampicavano fino ad 800 metri di altezza, tutto era curato, le terrazze di pietra costantemente riparate ed i fossati tenuti liberi. Si viveva dell’agricoltura, il turismo era scarso così come la coltivazione floreale. Negli anni del dopoguerra vigneti ed uliveti della Liguria occidentale persero sempre più d’ attrattività per la popolazione rurale. La gente lasciò la campagna e si spostò giù in località più grandi. Là trovarono lavoro, là si trovavano lavori pubblici.
Alcuni esercitavano due professioni, erano dipendenti durante la settimana e contadini nel tempo libero. Questo andò bene probabilmente per la prima generazione di fuggitivi dalla campagna, i discendenti ebbero poca comprensione per una vita divisa tra lavoro e lavoro e rimasero giù sul posto anche nel fine settimana.
Il salasso va oltre: secondo un censimento agricolo dell’istituto italiano di statistica (ISTAT) tra il 1990 ed il 2000 il quaranta per cento degli allora ancora attivi 72500 agricoltori ha attaccato al chiodo la propria attività. Questo ebbe come effetto che degli allora 332000 ettari ancora coltivati, dieci anni dopo solo 179000 ettari sono usati per l’agricoltura e quasi 150000 ettari sono stati lasciati incustoditi! Spaventosa è anche la moria dei boschi: tra il 1990 ed il 2000 è stata annientata, per la maggior parte dal fuoco, più della metà dei boschi liguri! Fino a prima della guerra ogni contadino coltivava il suo uliveto ed il suo piccolo lotto di Rossese. Esistevano solo piccole imprese familiari. Da nessuna parte si vedevano grossi vigneti o uliveti, ma ogni angolo era curato. Nel 1923 dalla regione dell’attuale Dolceacqua DOC si produssero quasi cinque milioni di bottiglie di vino!
Negli anni 50 e 60 poi sorse la floricoltura, all’epoca ancora a cielo aperto. Negli anni 60 nacquero le prime serre. Lo sviluppo non procedette in tutte le valli nello stesso lastricate con queste costruzioni odiose, create da ex terrazze per le viti. Il punto più basso in assoluto è stato raggiunto dalla produzione del Rossese nella metà degli anni 90, quando vennero prodotte solo circa 150000 bottiglie, la metà di oggi. “Una volta con la floricoltura si poteva diventare davvero ricchi” dice Maurizio Anfosso, “ è colpa dei fiori se le vigne e gli oliveti sono stati abbandonati al loro destino e si sono inselvatichiti.” Prima ebbero successo le mimose, poi le ginestre, i garofani ed infine le rose. I contadini portavano la loro verdura giù al mercato ed all’inizio tornavano con molto denaro a casa. Intanto cresceva sempre di più l’agricoltura tradizionale.
Ora regna la crisi. La produzione di fiori qui é troppo cara, altrove prima crescevano vigne ed ulivi, queste terrazze, mentre in altri luoghi c’erano a disposizione grosse, fertili pianure.
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si può produrre di gran lunga più a buon prezzo. La concorrenza è data da Olanda, Colombia, Israele. Sebbene qui lo spazio sia sempre stato stretto e caro, vennero posizionate su magre terrazze, dove Maurizio Anfosso: “ Il nostro errore è stato che non abbiamo piantato le coltivazioni naturali dei fiori. La rosa naturale ha per esempio una vita molto più lunga di quella in serra…ma purtroppo si guarda solo al prezzo ed all’aspetto. Oggi al mercato arrivano rose da tutto il mondo sotto il nome Sanremo, non molto diversamente da quello che succede con l’olio.” Alessandro Anfosso: “L’unico che avrebbe potuto salvare la situazione sarebbe stato un marchio protetto. Io da piccolo contadino ho fatto registrare il mio nome come marchio e questi qui non riescono a farsi brevettare le rose di Sanremo? Questo è davvero pietoso!”
Le serre restano sempre più spesso vuote. Poiché abbatterle risulta più caro che costruirle, fino ad oggi il panorama non è cambiato tanto. Fino a poco tempo fa, era dedicata attenzione economica principale alla floricoltura in serra ed al turismo di massa sulla costa. Anche se non ci si lascia parlare assolutamente di una svolta, tuttavia i liguri stanno pian piano riscoprendo il loro entroterra, le olive e le vigne. I primi agricoltori hanno già tolto il vetro dalle loro serre e piantato- l’impalcatura resta in piedi per via dei costi- viti sulle terrazze.
Nuova speranza per i pendii
Fulvio Gajaudo: “Fin a poco tempo fa nessuno si è preoccupato di noi, la pubblicità è stata fatta per i fiori, dei nostri vigneti ed oliveti non parlava nessuno. Grazie al DOP ora l’olio ha raggiunto una certa notorietà, del vino, come prima, non se ne parla. Per questo motivo noi adesso abbiamo fondato l’associazione “Vigne storiche” . Storici sono sicuramente i vigneti dei sette soci fondatori. Degne di nota sono le vigne ed i vini estremamente appassionanti.”
A Dolceacqua producono 26 viticoltori ma purtroppo sono abbastanza introversi, ciò significa: fissati al loro ambiente. Solo alcuni di loro hanno considerato utile affidare ad una pubblicazione straniera (Merum) i propri vini, con una sola eccezione ho dovuto raccogliere io personalmente presso produttori i campioni per la Selezione di Merum. Infatti questi viticoltori non sono grandi comunicatori né bombe nella vendita. La produzione del rossese non è grande, ma la domanda è ancora minore. Le 300000 bottiglie vengono praticamente piazzate tutte in Liguria. Non si esporta niente, né all’estero né in altre regioni d’Italia. Alessandro Anfosso: “ noi vendiamo il nostro paio di bottiglie proprio qui nei dintorni e ci facciamo concorrenza uno con l’altro.” Già, i viticoltori si lamentano per i problemi di vendita. Cominciano solo con lentezza a sentire che diventa difficile smerciare la produzione senza muovere un passo fuori dalla cantina! In autunni del passato in alcuni vigneti l’uva restava appesa alle piante.Un paio di vendemmiatori sfortunati non trovarono nessuno che volesse comprarla. Un tipico problema ligure è la mancanza di spazio, alcune cantine sono piccole, le altre solo con capacità limitata. Poiché negli ultimi anni sono nati un paio di vigneti, ma nello stesso tempo non è stato fatto niente per lo smercio, regna la sovrapproduzione.
La domanda crescente avrebbe come conseguenza che i lotti inselvatichiti tornerebbero ad essere coltivati e le serre- che si trovano nelle posizioni migliori - scomparirebbero una dopo l’altra. Alessandro Anfosso, presidente dell’associazione “Vigne Storiche” : “se noi potessimo vendere meglio il nostro vino, ingrandiremmo allora anche le nostre cantine, magari prenderemmo in gestione un pezzetto di vigneto o compreremmo l’uva del vicino.” Durante la conversazione con i viticoltori liguri ho avuto la sensazione che loro siano distanti dal mercato tanto più lontani dei loro colleghi siciliani. Chiaramente qui la situazione costiera è precaria, solo prendere parte ad una fiera sul vino, un viaggio per vendita all’estero o l’acquisto di un nuovo barile da vino creano problemi. Ma l’ostacolo più grande per lo sviluppo verso l’alto di questa economia è la vita ritirata dei viticoltori. Con l’associazione “Vigne Storiche” i produttori vogliono affrontare il loro handicap e rendere finalmente il rossese noto anche fuori Genova. Alessandro Anfosso: “È tornato movimento, si vedono di nuovo giovani viticoltori nelle vigne,le cantine sono più moderne, il vino non giace più in vecchie botti di legno ma in igienico acciaio temperato. Un tempo il rossese era noto per la sua leggera puzzetta, pulito non lo era mai. Oggi la sporcizia non è più tollerata dal cliente e noi ne teniamo conto!” In effetti, ci ha meravigliati al momento della nostra degustazione per la Selezione di Merum la chiarezza dei vini, questi possiedono non solo carattere ma sono anche per la maggioranza lavorati con precisione. I viticoltori sembrano davvero sforzarsi di lasciar dietro le loro spalle tradizioni sbagliate e compromessi. Benché la produzione sia nuovamente in crescita, ci sono solo 300000 bottiglie di Dolceacqua e forse ancora 100000 bottiglie di Rossese della Riviera Ligure di ponente D.O.C.
Al momento a Dolceacqua si produce solo da circa 60 ettari, 20 ettari buoni sono per il rossese della Riviera ligure di ponente D.O.C. Il Rossese non è un vino economico, considerando le condizioni edili non può esserlo, ma di certo non costa più di un buon Chianti classico d’annata. Chiunque, non importa se amante del vino grossista o privato, si sia arrampicato su uno di questi vigneti, si stupirà di quanto poco questi viticoltori si accontentino!
Rossese: DEVE essere Eleganza!
L’associazione di produttori “Vigne Storiche” mi aveva invitato ad incontrarci nell’enoteca “Sacro e profano” a Soldano. In tutto abbiamo degustato una dozzina di bottiglie rese irriconoscibili. Questa prima immersione nel rossese mi chiarì subito che con questo vino avevo messo a segno un colpo davvero fortunato e che mi trovavo nel posto giusto!
Il Rossese ha in queste posizioni alte ma ideali – est, sudest e sud - evidentemente la stoffa dell’eleganza. Secondo il regolamento di produzione avrebbero potuto essere vendemmiati fino a 9.000 chili per ettaro, nelle località di pendio e con le viti vecchie invece si vendemmiano spesso solo intorno ai 4.000 chili.
Fulvio Gajaudo: “I 9.000 chili sono una soglia troppo alta. Nei nostri vigneti il raccolto non supera quasi mai i 5.000 chili. Solo i nuovi impianti danno fino a 6.000 o 7.000 chili. Se si lascia più raccolto appeso, l’uva non matura.”
Alessandro Anfosso aggiunge per di più: “7000 chili per ettaro sarebbero sicuramente più giusti, ma cambiare un regolamento di produzione è dispendioso. Quando uno solo è contrario, allora va a monte tutto. Negli ultimi 40 anni per quanto ne so è successo davvero due volte che abbiamo raccolto 9000 chili.”
La mia unica critica riguarda la tendenza di alcuni viticoltori di spingere la concentrazione dell’uva all’estremo. Un raccolto inferiore dovrebbe soltanto avere lo scopo di garantire la maturità dell’uva anche in anni difficili.
Una ripresa della viticoltura ci regalerebbe non solo una maggioranza di questo eccellente vino rosso e rianimerebbe il dimenticato entroterra ligure,ma porterebbe anche contemporaneamente, attraverso la scomparsa delle serre e la riurbanizzazione di questi terreni inselvatichiti, al risanamento del paesaggio ligure. L’uva dovrebbe essere raccolta quando è matura, l’acidità è in equilibrio e i tannini piuttosto maturi ma, prima di tutto, finché i tipici aromi della sorta sono ancora freschi. Una sovra maturazione non solo porta ad un indesiderato alto tasso alcolico, ma anche ad aromi troppo cotti e con questi uno straniamento ed una perdita di tipicità. Filippo Rondelli: “ I vini della Liguria di ponente raggiungono un’alta gradazione alcolica, persino qui a 450 metri arriviamo facilmente ai 14 volumi. Sui nostri terreni a sud-est e ad est il sole picchia dalle 6 del mattino!” Alessandro Anfosso comincia sul suo pendio Poggio Pini con il raccolto quando l’uva produce 12,5 volumi. Egli comincia molto in alto con le viti giovani, poiché il brutto tempo durante la raccolta potrebbe rendere l’accesso così difficoltoso da dover lasciare l’uva appesa. Quando la famiglia arriva giù in basso con la vendemmia, qui l’uva ha raggiunto già l’alta percentuale di zuccheri che producono vini da 15 o più volumi. Anche Götz Dringenberg e Maurizio Anfosso si sentono più vicini ad una vendemmia tardiva.
Alcol e note di frutta troppo matura possono tuttavia essere prodotti dappertutto, senza bisogno di pendii. L’eleganza è invece oggi merce rara e può essere prodotta solo in precise, spesso difficili situazioni vitivinicole. La Liguria occidentale con il suo Rossese appartiene a queste regioni!
Se i viticoltori accanto alla loro aperta volontà di qualità fanno propria anche questa convinzione, allora niente sarà d’ostacolo alla loro promozione nella serie dei antagonisti “Vini-muscolo”ed alla loro scoperta presso gli amanti dei vini raffinati.
Pregiudizi liguri
I miei viaggi nelle valli liguri sono stati appaganti. Grazie a questi alcuni pregiudizi si sono dissolti, altri si sono consolidati. Io sono stato sempre dell’opinione che i viticoltori liguri fossero contenti di vendere i loro vini ai turisti eche l’esportazione non interessasse loro. Ora so che ciò non corrisponde alla realtà. I produttori del Rossese di Dolceacqua vendono certamente la maggior parte della produzione in effetti in Liguria, ma poiché la pressione della concorrenza aumenta sempre più ed il turista di massa attribuisce poca importanza alla produzione locale, essi sono costretti a scoprire nuovi mercati per i propri vini. Certamente la comunicazione non sembra annoverarsi fra le passioni dei liguri,ma essi stanno riconoscendo che devono liberarsi dei propri limiti. In effetti i produttori della Liguria occidentale si stanno preparando ad una cerchia di clienti più critica e mettono sui loro vini pretese di qualità assolutamente idonee all’esportazione. La produzione attuale in teoria avrebbe dovuto come minimo raddoppiarsi, in quanto nei vigneti non manca- sovrabbonda- come non manca la volontà dei produttori di produrre di più.
Se i produttori di Rossese riuscissero a rendere accessibile una nuova cerchia di compratori per i loro vini all’estero, allora sarebbero motivati a prendere in affitto o a comprare vecchi vigneti, a liberarli dalla sterpaglia e a riparare i muri.